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Chailly : più opere italiane nel futuro della Scala «Oltre 600 titoli, un repertorio da sfruttare. I giovani sul podio? Non tutti all'altezza»
MILANO «Sono più di trent'anni che lo dirigo... Ma quello che eseguiremo il 3 e il 4 ottobre alla Scala sarà il Requiem più emozionante della mia vita». Riccardo Chailly non è uso a esternare sentimenti, specie se privati. Ma quelle due sere che lo vedranno sul podio del Piermarini, impegnato nel capolavoro verdiano con un cast straordinario (Anja Harteros, Elina Garanca, Jonas Kaufmann, Ildebrando D'Arcangelo), saranno per lui ben più di un concerto. «Quel Requiem stavolta è in memoria di un amico e di un maestro, Claudio Abbado.
Ho cominciato con lui, come suo assistente alla Scala. Avevo vent'anni. E c'ero anch'io in piazza quando Barenboim ha eseguito per lui la Marcia funebre della Terza di Beethoven. Nello struggimento pensai a come onorarne anch'io la memoria. Quel Requiem, che lui amava moltissimo, mi è parso la risposta». L'iter di Abbado somiglia al suo. Anche lei ha diretto a lungo all'estero, a Berlino, ad Amsterdam. E ora a Lipsia, al Gewandhaus. «Un lungo viaggio mitteleuropeo che mi ha portato a vivere grandi culture musicali. Da Mahler a Bruckner, da Bach a Mendelssohn, da Beethoven a Schumann». E Brahms. La sua incisione delle «Sinfonie» per la Decca le ha appena fatto vincere il Gramophone per il miglior disco e la miglior registrazione. «È stato impervio. L'orchestra di Lipsia è depositaria di una formidabile tradizione, ha suonato con Brahms! Qualsiasi innovazione era a rischio. Ma un interprete deve scalzare le abitudini, pure secolari. Io non esco dalla tradizione per essere originale, lo faccio solo se si rischia lo stereotipo. A questo punto della vita lo sforzo interpretativo deve ripagarmi interiormente».Un bagaglio culturale che la rende un direttore italiano «anomalo».
Quanto influirà sul suo lavoro alla Scala dove approderà come direttore principale dal primo gennaio 2015 e direttore musicale nel 2017? «Si apriranno molte finestre, anche involontarie. Le influenze non mancheranno. Quando dirigo Puccini non posso prescindere da Mahler. E viceversa. Sinfonica e lirica sono due facce della musica».In questi anni si è dedicato molto più alla prima che alla seconda.«Ma non ho mai smesso di studiare l'opera. In gioventù ho molto frequentato il melodramma italiano e non l'ho mai accantonato. Anzi, ho cercato nuove letture. Come per Turandot, che nel 2002 ho diretto ad Amsterdam con il nuovo finale di Berio. La stessa versione che porterò alla Scala per l'Expo».Puccini è il suo grande amore, la sua ultima volta alla Scala nel 2008 fu con il «Trittico».«E nella mia Scala Puccini sarà di casa. Come Verdi e Rossini. Ma anche Donizetti, che amo tanto. Il repertorio italiano sarà la mia priorità. L'era Lissner ha avuto il merito di aprire il teatro ad autori poco frequentati, da Wagner a Janacek.
Ora mi sembra giusto riproporre il nostro patrimonio lirico. Che è sterminato, oltre 600 titoli, solo un dieci per cento eseguiti. Il mio sogno è allargare il ventaglio. Aprire la stagione 2015 con Giovanna d'Arco di Verdi, assente dalla Scala da cent'anni, va in quella direzione».Molte opere però richiederebbero spazi diversi.«Milano ha la fortuna di avere un teatro come il Piccolo, mi piacerebbe avviare delle sinergie produttive con i suoi spazi. Nuove alleanze culturali che potrebbero giovare alla città».Altri idee per la sua Scala?«Dare spazio alla contemporanea. Una passione che mi viene da mio padre Luciano, compositore. La prossima stagione vedrà due autori come Kurtag e Battistelli. Intendo proseguire su quella strada. Così come intendo riportare alla Scala i grandi direttori. Negli ultimi tempi c'è stato un eccesso di giovani, non sempre all'altezza. Mentre ci sono nomi di primo piano che mancano da anni o addirittura non sono mai venuti».
Tra i problemi della Scala, quello dei fischi. Non sempre meritati.«Va instaurato un nuovo rapporto con il pubblico. Con i loggionisti e non solo. Mi premono i giovani. Vorrei invitarli sul palco, vicino l'orchestra. Abbado l'aveva fatto per i Brandeburghesi. Per me fu un'esperienza straordinaria che ora vorrei regalare ad altri ragazzi. E vorrei anche varare delle lezioni di ascolto. Come seguire una sinfonia, ad esempio. Nei Paesi d'area germanica tutti conoscono la musica. Da noi invece c'è un vuoto scandaloso. Per quel che potrò cercherò di riempirlo».Altro scoglio insidioso, la regia. Le «moderne» scatenano dissensi, le convenzionali fanno sbadigliare.«Ma le belle convincono tutti. Non si tratta di esser innovatori o passatisti ma di scegliere registi bravi e rispettosi delle opere. Troppi allestimenti insensati, troppe volgarità. Le grandi opere sono così piene di sentimenti fortissimi, non c'è bisogno di travalicarli». L'hanno turbata le recenti bufere su Pereira e i presunti conflitti d'interesse nell'acquisto per la Scala di produzioni?«Le bufere passano, tutto si è chiarito. Ho molta stima di Pereira, lo conosco da 30 anni. È una delle ragioni per cui ho accettato di venire alla Scala».Cosa le piace di lui?«Il coraggio. Una dote in via di estinzione. E in questo momento, soprattutto in Italia, chi si occupa di lirica deve avere un coraggio da leoni».
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