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Registrado: 18 Ago 2010 21:22 Mensajes: 4289
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No sé si estoy va aquí: gran escándalo generalizado en Italia por unas representaciones de "Rigoletto" en Taormina que están teniendo lugar estos días, donde parece que nadie está dando pie con bola. El cast: Carlos Almaguer, Rocío Ignacio y Gianluca Terranova Escribe lo siguiente Enrico Stinchelli: http://www.enricostinchelli.it/site/new ... rmina.html RIDICOLETTO a TAORMINA Mercoledì 17 Luglio 2013 14:42
Mentre impazzano in tutta Italia le grandi realtà operistiche festivaliere, dalla scintillante Verona a Pesaro, Macerata , Torre del Lago Puccini , con esiti a dire il vero molto differenti tra loro e non certo tutti esaltanti, nella meravigliosa, lontana Taormina si consuma un rito mediatico interamente autofinanziato e officiato da Enrico Castiglione: il “Rigoletto” di G.Verdi. Dovremmo meglio dire: il Rigoletto di Enrico Castiglione, perchè ogni nota e ogni immagine proponeva il ritratto totale del suo mentore più che del suo Autore. Prima di entrare nel merito di ciò che abbiamo visto e udito, varrà la pena di spendere qualche parola sul carattere dell'”evento” e sul suo creatore-factotum, che non tutti conoscono a sufficienza e che forse non abbiamo mai avuto occasione di rappresentare in tutta la sua poliedrica e singolare personalità. Abbiate pazienza di leggere, se volete, oppure saltate il preambolo e andate direttamente alla recensione vera e propria. Enrico Castiglione è una simpatica persona, cugino dell'importante uomo politico Giuseppe Castiglione attualmente sottosegretario di Stato alle politiche ambientali ed ex Presidente della Provincia di Catania. Enrico Castiglione, che conosco da una vita, ha tante doti ma una più spiccata delle altre: una faccia tosta come nessuno in Italia e la più alta autostima che abbia mai riscontrato . In pratica Castiglione vive nel culto di sé stesso. Nulla di male: chiunque si occupi di spettacolo, sia esso attore, musicista, direttore d'orchestra, regista, persino semplice appassionato, ha una concezione superiore del proprio Ego. Non potrebbe altrimenti sopravvivere in un ambiente molto competitivo e spietato, in cui- come giustamente diceva Oscar Wilde- “ il talento non si perdona”. Il talento di Castiglione è molteplice e variegato: organizzatore, produttore, direttore artistico, regista, scenografo, editore, divulgatore musicale, scrittore, amico personale di Leonard Bernstein e suo biografo di fiducia, creatore di un Festival di Musica Sacra a Roma (che destò persino le ire della potente Accademia Nazionale di Santa Cecilia). In effetti un'attività vulcanica e incessante, sempre all'insegna della passione musicale. Una simile iperproduzione non può essere indenne da qualche problematica organizzativa e amministrativa, è fatale, non si può correre dietro a tutto. In un passato remoto e anche recente, Castiglione ha avuto questioni con Orchestre e Cori, furiosi per ritardati o mancati pagamenti. Non vogliamo entrare nel merito di queste beghe, poiché non è affar nostro. Un mio conoscente lo paragonava nientemeno che al grande Luigi XIV , quello che disse “L' état c'est moi” (Lo stato sono io) , ma invece di chiamarlo Re Sole lo aveva più prosaicamente ribattezzato “Re Sòla” , dal romanesco "sòla" che vuol dire "fregatura". Accuse ingiuste e frutto di invidie, di inopinato astio, mi son sempre detto. Certo, Castiglione è davvero spregiudicato nelle sue affermazioni: a un mio conoscente disse che aveva assistito alla Sonnambula diretta da Bernstein alla Scala (Castiglione sarebbe nato vent'anni dopo!!); nella sua rivista, “Musicalia” di cui era direttore responsabile, apparve un articolo su Beniamino Gigli , a mia firma, copiato e incollato dalla copertina di un disco della Bongiovanni...!!? Gliene chiesi ragione, mi rispose allegramente che voleva così iniziare una collaborazione. Modi singolari. E' come uno che va a letto con tua moglie , lo scopri in flagrante e lui ti dice candidamente: “ Che piacere, volevo proprio conoscerti, tua moglie mi ha parlato tanto di te!”. Non voglio entrare nel merito di altre prodezze castiglionesche,poichè sono svariate: dai programmi televisivi notturni merce' i buoni auspici di Gabriele La Porta, con un profluvio di concerti chiesastici con Pietro Ballo, Bruson, Gasdia e persino una Callas virtuale , robotizzata e plastificata, che non mi fece dormire un'intera notte; la così nomata “Trilogìa dell'Amore” (??!! sic) dapontiana, con l'allestimento di Così fan tutte, Don Giovanni e Nozze di Figaro all'Argentina di Roma, dove per me è impossibile dimenticare la Contessa di Madelyn Renée Monti (“E' vero che sei l'amante di Pavarotti”? le disse candidamente Fiamma Izzo in aereo), che quasi completamente svociata si tirava su la gonna al termine di “Porgi amor”, mostrando le famose gambe; un concerto in Russia con Maria Dragoni dove mancava persino il pianoforte, in tal modo da dover il soprano eseguire i brani 'a cappella' cioé senza accompagnamento, e così via. Veniamo quindi al Castiglione regista, che ebbi modo di vedere all'opera lavorando in una sua produzione dell'”Impresario teatrale” di Mozart per il Teatro Quirino . Fu la mia amica Maria Dragoni, interprete del difficilissimo ruolo di Frau Herz,a propormi per la parte di Vogelsang e fu così che mi ritrovai nel cast, diretto dal celebre Enrico Castiglione. Mi resi conto allora che il concetto di regìa era singolare quanto il personaggio: in pratica la regìa...non c'era. Semplicemente. Era un raduno confuso di personaggi, più o meno autonomi, ripresi da 8 telecamere , una per ognuno,in modo tale da procedere poi al montaggio in post-produzione, in un elementare taglia e cuci. Da un lato è anche comprensibile, soprattutto per professionisti che conoscono l'opera: presumo che Renato Bruson e José Cura siano ben lieti di non avere indicazioni da alcun regista prima di cantare l'ennesima Tosca con quattro giorni di prova e in condizioni spesso precarie. Peggio ancora se ti capita uno di quei signori provenienti da Germania e dintorni, che ti fa cantare con la testa infilata in una tazza di water o con il sedere per aria. Castiglione “regista” è quindi un assemblatore di persone sul palco, più o meno spaesate e libere di fare qualcosa. Lo abbiamo visto e lo hanno visto tutti in Rigoletto, ieri sera.
Si parte da una scenografia non certo originale ma brutta copia già vista della “Maria Stuarda” a Venezia di Denis Krief: un labirinto composto da moduli sistemati tipo giardino all'italiana. Il “regista” ci informa che sarebbe :”... una scenografia strutturata sulla simbologia archetipica del labirinto, allo smarrimento che evoca, per rappresentare la passione che ci rende prigionieri, la sconfitta in cui l’uomo s’imbatte quando perde l’amore. ". Vabbé: al di là delle consuete (e anche un po' banali) parole di rito siamo di fronte a un blocco di moduli che ingombrano il palco in maniera imbarazzante, togliendo spazi laddove spazi non ci sono, costringendo i personaggi a strane gincane e a movimenti scombinati. Un disordine che poteva forse andar bene per il finale primo dell'Italiana in Algeri di Rossini ma non certo per il Rigoletto. Su questa struttura si innestano i costumi, molto belli e sfarzosi, di Sonia Cammarata in Castiglione, la parte migliore e diremmo unica dello spettacolo. In pratica le idee non esistono come non esistono le luci, che si riducono a un piazzato fisso per rendere bluastri i ruderi del Teatro Greco e ambrata la zona in cui agiscono i personaggi, invero ridottissima sul già ridotto palcoscenico taorminese. L'assenza sistematica di idee si spiega in un solo modo: quando le idee arrivano...sono o stupidaggini o cose copiate da altri, del tipo: il Duca di Mantova, sotto le mentite spoglie di Gualtier Maldé , si presenta un'ora prima sul palco durante il colloquio tra Gilda e Giovanna, e si colloca sotto alla panca lasciando libero lo spettatore di parodiare la nota filastrocca “Sotto la panca il Duca campa, sopra la panca il Duca crepa...”; Gilda col fard e il rossetto dopo la deflorazione, in tiro come per andare a una festa da ballo; Rigoletto con una gobba gigantesca, tipo cupolone, che si presenta ancora in abiti da buffone in casa da sua figlia ; l'inizio con Rigoletto accasciato su Gilda morta, stracopiato da Ponnelle e da altre 20 regìe precedenti; la locanda senza porte, per cui Gilda attaccata al Duca assiste anzitempo alla sua entrata, nella più assoluta casualità; Gilda truccata da sciantosa di Rugantino nel finale; la Tempesta (capolavoro verdiano) risolta col lampeggiare dei riflettori stile Coconuts di Rimini. La lista è lunga , preferiamo chiudere qui l'impietoso cahièr des doléances. La parte musicale andava di pari passo con quella visiva, mostrando una sinistra coerenza. Il protagonista, Carlos Almaguèr, è un baritono dotato di ottimo materiale vocale ma ha il più grave difetto per Rigoletto: canta tutto forte , a gola spiegata. Giuseppe Verdi, nel comporre questo capolavoro, creò per il grande Felice Varesi una parte tra le più complesse e difficili sotto il profilo vocale-interpretativo: attacchi come “Ah, morìa” , “Deh non parlare al misero”, “Ah veglia o donna”, “Piangi fanciulla” e le lunghe frasi che seguono, presentano infinite volte i segni pp, ppp, dolcissimo, con espressione, obbligando il baritono a sfumare, a usare (se può e se sa) la mezzavoce. Tra l'altro è anche un buon metodo per non stancarsi, urlando tutto a squarciagola.Niente da fare: la monotonìa e la monocromìa di Almaguer hanno dato luogo al classico Rigolettaccio da politeama di provincia, con evidenti sforzi che lo costringevano a suoni sporchi e all'eliminazione del sol acuto e del la bemolle . Un personaggio, per il resto, affidato al proprio mestiere, efficace quanto basta per strappare i maggiori applausi. La bella Rocho Ignacio era Gilda, bella ma stonata troppo spesso e la stonazione non è una virtù,anche se ultimamente è divenuta una triste consuetudine tollerata da un pubblico sempre più sordo. Calate intollerabili nei duetti con il baritono e nell'aria, cadenze inventate, acuti alla garibaldina fino a un tragico tentativo di mi bemolle nel duetto “Sì vendetta”. Peccato: consigliamo alla giovane interprete di rivedere la propria tecnica e di rifinirla, prima di dover affrontare simili ruoli. Il tenore Gianluca Terranova si è presentato fuori forma, forse un po' troppo nervoso, forse indisposto, non posso sapere. Sta di fatto che la sua prestazione va immediatamente archiviata, troppe le stecche, troppe le incertezze d'intonazione.Truccato tra l'altro in modo tale da sembrare Frodo l'Hobbit. Fossi stato in lui avrei proibito la messa in onda di questa recita. Lineare, discreta la linea di canto del giovane Sparafucile, Emanuele Cordaro, cui mancano però le note gravi necessarie alla parte. Discreta la Maddalena di Chiara Fracasso, anche se conciata come la zia di Gilda e non come la seducente sorella del sicario, modestissimo il gruppo dei comprimari, tra cui un Paggio perlaceo e un Borsa pigolante ma dal nome leggendario, Giuseppe Di Stefano. Ottimo, il migliore in campo, Gianfranco Montresor come Monterone: voce morbida e ben emessa, fraseggio appropriato, accenti giusti, eleganza nelle movenze. Nota ancor più dolente per quanto riguarda l'Orchestra Bellini di Palermo. Mi si è detto compagine formata da studenti a titolo semi- gratuito, in pratica stagisti, e altri professori raccogliticci, guidati dal maestro Martinenghi alla “si salvi chi può”. Purtroppo gli archi non si sono salvati quasi mai , risultando vieppiù scombinati negli assiemi, stonicchianti e con varie altre imprecisioni, messe in luce dalla difficile partitura. Il maestro dal canto suo ha scelto l'unica strada che aveva davanti: procedere con cautela a una lettura abbozzata alla meno peggio, con tempi a tratti dilatati, improvvise corse (verso l'abisso) , cedimenti da controllare come e quando si poteva. A tratti si è rasentata la parodìa, come nei pasticci del I atto (cos'era il Perigordino....ognun per sé e Dio per tutti) e nel disastroso “Cortigiani”). Un po' meglio il Coro Lirico Siciliano, anch'esso acerbo e soprattutto sotto organico, con le sezioni gravi che sopravanzavano di gran lunga i tenori. Un biasimo totale per la ripresa audio e video: temo che anche lì vi sia stata la mano di Enrico Castiglione, poiché erano talmente tante le inquadrature sbagliate o paradilettantesche, le luci infauste, da far pensare alla memorabile parodìa delle telenovelas fatta dal Trio Marchesini-Solenghi-Lopez nei “Promessi sposi”. In questo è stato assai penalizzato il Coro, da cui spuntavano 3 o 4 solisti in falsetto (“Zitti, zitti, moviamo a vendetta”). Applausi a volte smarriti a volte più convinti del pubblico, con punte di entusiasmo delirante per il Borsa di Giuseppe Di Stefano (forse scambiato per il redivivo Pippo) e per tutti protagonisti.Si è sentito qualche “Buuh” e qualche fischio , ma saranno stae sicuramente richieste di “Biiis!” (la i e la u si confondono spesso) e i fischi di qualche turista americano. Ovviamente sulle pagine Facebook e in ogni dove gli sia possibile, Castiglione magnifica la sua nuova prodezza, parlando di ascolti eccezionali, evento epocale, trionfi e scagliando anatemi su "invidiosi e frustrati". Ci chiediamo in tutta , serena onestà CHI possa essere invidioso di una cosa simile... Povera Taormina, povero Verdi. Il quale viene così combinato per le feste nell'anno del suo bicentenario.Ma sopravviverà anche a questo, com'è sopravvissuto a tutto.
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