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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 29 Nov 2012 21:01 
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He leido diligentemente los mensajes que me sugirio del senior Gouv. y debo decir que, si bien sus argumentos estan bien expuestos, se refieren, no obstante, al analisis de la vocalidad de un cantante concreto, unico e irrepetible sobre la base de sus propias partituras. Dado que no hemos podido escuchar su voz, como bien se senialo, creo que seria aventurado sacar conclusiones extrapolables al resto de los cantantes de un periodo artistico. Veo asimismo, que el Senior Gino tiene una opinion sensiblemente diferente respecto del mismo asunto con la que tiendo a concurrir. Por lo que quizas el tema no sea tan claro como aparenta.

En cualquier caso, como digo, para mi lo esencial es insistir que el barroco y el romanticismo son indisociables desde la perspectiva del belcanto.


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 29 Nov 2012 21:13 
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FALSETTISTI E CASTRATI

di Franco Fussi

Una possibilità d’emissione dei toni acuti è, notoriamente, quella di ricorrere al registro di "falsetto". In tale modalità di fonazione, il sollevamento della laringe e la prevalenza d’azione della muscolatura cricotiroidea (con allungamento passivo delle corde vocali, senza contrasto da parte del muscolo tensore tiroaritenoideo), determinano la vibrazione del solo bordo libero delle corde vocali, con un tempo di contatto inferiore al 40% del singolo ciclo vibratorio. Il timbro vocale risulta perciò povero di armoniche (per la vibrazione del solo bordo), debole d’intensità (per la vibrazione del solo bordo e la riduzione della cavità di risonanza da sollevamento laringeo) e spesso correlato a sen-sazione percettiva di "fissità" (per rigidità di posizione della laringe su intervento della muscolatura estrinseca).
Il termine “falsetto” è probabilmente derivante dal tentativo di definire un timbro vocale "non vero".

Per quanto concerne il suo utilizzo artistico, tale registro viene utilizzato dai tenori primi di cori polifonici per eseguire brani a tessitura molto elevata, nella tecnica “jodel” del canto popolare tirolese (caratterizzato da continui e repentini passaggi tra registro pieno e falsetto), nella country music e in repertori folkloristici in genere, nel canto pop, nell’opera dalle voci maschili per effetti comici e caricaturali, da alcuni tenori leggeri ad impostazione lirica per emettere note acute in "pia-nissimo" (ma anche da tenori “di forza” quando non sappiano adoperare le mezze voci!) e dai falsettisti nel repertorio rinascimentale e barocco.

Quando si canta in falsetto in maniera incolta, la voce è a volte “velata”, in quanto è presente un certo grado di fuga d’aria glottica causata da un incompleto affrontamento delle corde vocali nella regione posteriore. Ciò risulta dovuto alla mancanza di attivazione dei muscoli interaritenoidei, che sembra essere influenzata dalla modalità tesa d’emissione del falsetto, con collo e mento iperestesi (quasi a raggiungere fisicamente la nota acuta) e dall’attitudine a ricercare una posizione “trasversale” nell’uso dei risuonatori, con bocca allargata a perenne sorriso. E’ spesso un atteggiamento che si riscontra in allievi di canto che hanno avuto esperienze di canto liturgico o polifonico e ai quali veniva richiesto di “schiarire i suoni” e di non “forare”. Quando invece gli interaritenoidei sono attivi, il triangolo d’insufficienza glottica non è più presente, il suono non è più velato, e l’area glottica si chiude completamente ad ogni ciclo vibratorio.

I cosiddetti "controtenori" o falsettisti artificiali utilizzano invece un falsetto "rinforzato" ottenuto aggiungendo a tale meccanismo un abbassamento della scatola laringea che consente, tramite un incremento dei fenomeni armonici (per guadagno di spazio di risonanza), l'e-missione di un suono più ricco e rotondo nel quale sono tuttavia facilmente riconoscibili le caratteristiche del falsetto.
A questo proposito è utile chiarire che la distinzione compiuta da Rodolfo Celletti per distinguere tra falsettisti e castrati, attribuendo ai primi il termine di falsettisti artificiali e ai secondi quello di falsettisti naturali, non è del tutto appropriata. Il “naturale” conseguente risultato della castrazione è infatti la mancata crescita laringea e delle corde vocali che pertanto mantengono pressoché l’estensione dell’età infantile, estensione che per una voce maschile dopo la pubertà è possibile “imitare” solo attraverso il ricorso al registro di falsetto. Ma così come il “registro” delle voci bianche infantili è un registro pieno su un’estensione acuta, anche il registro del castrato è un registro pieno, vero, in tal senso “naturale”, e non una imitazione in falsetto.

Il castrato non era un falsettista, semplicemente perché non usava un registro di falsetto. D’altro lato non si comprende perché l’uso del falsetto, nella voce maschile adulta, debba essere etichettato come artificiale: è un registro legittimo, un modo per emettere suoni in acuto, è falsetto e basta. Ecco perché la definizione di falsettisti, eventualmente distinti in sopranisti e contraltisti in base all’estensione, ci sembra la più adeguata a individuare le voci maschili che si muovono su tessiture di ambito tonale femminile.
Le analisi spettrografiche dimostrano che il cosiddetto “falsetto professionale” è caratterizzato da una gamma di diversi atteggiamenti tecnici possibili, e che la tecnica dei comunemente chiamati controtenori mostra rilievi non tipici del falsetto puro ma una sintonizzazione della prima formante alla frequenza fondamentale. Cioè l’intensità della frequenza fondamentale, della nota emessa, subisce un incremento, offrendo una maggiore pregnanza e incisività percettiva all’ascolto, con maggiore somiglianza del tono prodotto a quello di una voce femminile. In considerazione di ciò il foniatra tedesco Seidner ha proposto il termine di “male alto”, cioè “alto maschile”, al posto di controtenore, nella sua accezione di “falsettista artificiale”.

Un altro modello di utilizzo del falsetto è anche descritto come “stop-closure falsetto”, in cui le corde sono talmente compresse posteriormente che solo la loro porzione anteriore entra in vibrazione, raggiungendosi frequenze sovracute per effetto dell’abbasamento laringeo e della conseguente accresciuta tensione longitudinale. Tale modalità determina maggiore pressione sottoglottica e un maggiore coinvolgimento nella vibrazione del corpo cordale rispetto al bordo libero, dando luogo ad un suono quindi che ha caratteristiche più importanti in volume e in struttura armonica rispetto al falsetto puro e che, percettivamente e spettrograficamente, risulta analogo al registro medio degli acuti dei soprani liricoleggeri. E’ il meccanismo che fa la differenza tra la tecnica di tanti falsettisti (ad esempio, i controtenori James Bowman e Alfred Deller, gli alti René Jacobs, Alain Zaeppfel e Claudio Cavina) con quella di altre voci nelle quali si stenta invece a riconoscere, specie nella seconda ottava dell’estensione, la sorgente maschile dell’emissione (ad esempio, i sopranisti Aris Christofellis e Angelo Manzotti, l’alto Jochen Kovalski).

Come sappiamo, una buona prominenza di armoniche nella banda 2500- 3000 Hz riesce a prevalere sull’accompagnamento orchestrale (viene infatti definita “formante del cantante”), rendendo più energica e limpida l’emissione cantata di voci maschili e di voci gravi femminili in prima ottava, ad esempio i contralti. I cantanti più esperti ottengono tale effetto aumentando il volume della faringe grazie ad un abbassamento della laringe. I soprani possono ottenere un effetto acustico equivalente abbassando la mandibola al salire della nota, con ciò aumentando via via l’apertura buccale; anche le note più acute del contralto e quelle acute del tenore possono essere eseguite con tale manovra. In questo caso vi è un potenziamento della fondamentale su cui viene mantenuta accordata la prima formante: si parla di sintonizzazione tra prima formante e frequenza fondamentale.

Nelle emissioni dei toni acuti da parte dei sopranisti si rileva in maniera costante una persistente sintonizzazione tra frequenza fondamentale e prima formante, mentre non si evidenzia la formante di canto. Tuttavia le note gravi mostrano un inviluppo formantico con due concentrazioni di energia nettamente evidenti e distinte: la prima, di bassa frequenza, non più sintonizzata sulla frequenza fondamentale e la seconda di alta frequenza nella zona 2800-4000 Hz. Dunque, la tecnica di enfatizzazione della fondamentale tramite sintonizzazione della prima formante è utilizzata dal sopranista solo sugli acuti, mentre non è realizzabile sui gravi dove la prominenza di armoniche di alta frequenza potrebbe fare ipotizzare una sorta di enfatizzazione del tipo “formante del cantante”. Questo dà ragione degli squilibri timbrici che ascoltiamo in tali voci, dove ad acuti brillanti in cui è riconoscibile un registro di falsetto rinforzato, che simulano e si avvicinano alla qualità sonora femminile, e da essa distinguibili soprattutto per il corpo e volume del suono, si contrappongono emissioni di toni gravi francamente più androgine dove viene percettivamente disambiguabile l’origine maschile dell’emissione.

Ciò è ancora più evidente nell’emissione acuta dei contraltisti dove, oltre alla sintonizzazione tra frequenza fondamentale e prima formante, si nota una frequente amplificazione delle armoniche nella zona tra 2800 e 3400 Hz, cioè proprio dove si colloca tradizionalmente la “formante del cantante”. Niente di strano in fondo: il contralto è l’unica voce femminile nella quale ricorre spesso la presenza della formante del cantante.
Il contraltista sembrerebbe perciò utilizzare entrambi i meccanismi di enfatizzazione sfruttando così entrambe le tecniche di amplificazione,come in effetti avviene nel contralto.
La resa vocale del falsettista, su tutta la gamma tonale, è comunque diversa, e per alcuni musicologi insufficiente, rispetto a quella che doveva essere un tempo la vocalità del castrato: sia per volume, che per estensione, che per pienezza di suono (cioè ricchezza armonica), spessore nel registro grave, qualità d’emissione (suoni penetranti ma aspri nel falsettista), lontana comunque dalla particolarità e ricchezza di colori dei castrati. In effetti l’uso del falsetto professionale su tutta la gamma impone al falsettista una certa uniformità di emissione (e perciò maggiore “rigidità” di gestione delle cavità di risonanza) per realizzare da un lato la sintonizzazione tra frequenza fondamentale e prima formante (nella seconda ottava) ed evitare, per i toni gravi e centrali, il pericolo di scivolamento al registro modale (registro pieno maschile con consonanza di petto).

Confrontando la registrazione della voce del Moreschi, ultimo castrato della Cappella Sistina, con quella degli odierni falsettisti si evidenzia sicuramente una qualità armonica più ricca, un suono in un certo senso più pieno, ma un imbarazzante squilibrio tra i registri, con transizioni molto apparenti e grossolane tra gli ambiti tonali, e all’epoca della registrazione la voce del Moreschi non era certo in declino.
L’analisi della voce di un cantante ormai anziano (82 anni) affetto da ermafroditismo e perciò “spontaneamente” castrato dall’infanzia, può forse illuminare sulle potenzialità d’emissione di quelli che furono gli evirati cantori dell’epoca barocca.

Dalle indagini effettuate l’ermafrodito sembra unire, lungo la sua ampia estensione, modalità fonatorie che vanno, dal grave all’acuto, dall’emissione caratteristica della voce parlata all’uso del registro pieno con consonanza di petto, e poi di un registro misto a consonanza di testa. In queste trasformazioni della qualità acustica dell’emissione corrispondono, spettrograficamente, per le prime note, raggruppamenti formantici su un più ampio ambito armonico e a valori superiori a quelli classicamente individuabili come formante del cantante, e poi salendo la gamma, rinforzi formantici più simili alla formante del cantante, ma sempre più deboli, fino ad arrivare alla sintonizzazione della prima formante con la frequenza fondamentale nel settore acuto in registro medio con consonanza di testa. Quella del castrato era forse allora l’unione di tre voci in una? E’ forse per questo che nell’unica registrazione a noi pervenuta di un castrato, il Moreschi, oltre una più ampia gamma di colori e volumi rispetto al falsettista odierno percepiamo un imbarazzante ma netto scivolamento tra registri o modalità fonatorie diverse? Cosa che invece non notiamo nella più modesta (a livello di volume e ricchezza armonica) ma più timbricamente omogenea (fino ad apparirci noiosa e incolore) voce del falsettista.

Come ha evidenziato Gisela Rohmert, nell’antico simbolismo numerico di Pitagora l’ermafrodito è un 3: il 3 unisce dunque l’arte di fondere l’uno e l’altro, e così pure le frequenze acute della voce sopranile ai toni gravi dello speech maschile. Per i seguaci d’Orfeo, l’ermafrodito era all’inizio delle cose e poteva risolvere le dicotomìe.
Un allievo del Moreschi, Domenico Mancini, nato a Civitacastellana nel 1891, falsettista e non castrato, ci ha lasciato una testimonianza in una intervista registrata negli anni ‘50, che ci conferma sia la ambiguità terminologica usata per caratterizzare le voci di castrati e falsettisti, sia i citati elementi percettivi differenziali tra le due voci.

Egli diceva: “Da bambino avendo una buona voce, cantavo in chiesa a Civitacastellana. Una zia che era a Roma, venendo per le feste, ascoltandomi disse che avevo una bella voce. A Roma andava a messa a S. Pietro, e vedendo tutti quei cantori, avvicinò Moreschi, prese appuntamento e lui mi ascoltò e mi disse che con una preparazione mi avrebbe fatto portare alla scuola del maestro Perosi. Mi iniziò a dare delle lezioni, lui cantava e io dovevo imitarlo. Era una cosa meravigliosa, io ero incantato, ho iniziato imitandolo. Io lo imitavo con la voce perché, non avendo fatto il cambiamento della voce (cioè essendo ancora in epoca prepuberale non aveva compiuto la “muta” vocale e poteva cantare con voce “piena” infantile), cantavo come lui di petto (cioè con registro pieno, naturale), e poi prendevo la voce di testa (cioè sempre in registro pieno). Ma poi sui quattordici anni si prende la voce da uomo e allora cantando come i falsettisti (cioè in falsetto rinforzato, con la famosa sintonizzazione tra fondamentale prima formante) ho cominciato a prendere la voce di testa (intende appunto il falsetto rinforzato, visto che anche prima chiamava di testa anche il suono pieno sugli acuti emesso in periodo prepuberale), che tutti noi uomini abbiamo.

Naturalmente bisogna esercitarla perché è una voce che si fa per esercizio, e con la musicalità (perché non è il falsetto incolto ma un “falsetto professionale”); bisogna essere musicali per poterla adoperare. Perosi non mi volle nella scuola perché avevo studiato con Moreschi, e per questo pensava che io fossi castrato, e allora non mi volle perché era venuto il motu proprio che eliminava le voci dei castrati dai cori. Quelli che c’erano, erano tenuti ad esaurimento e maturazione della pensione, ma i giovani non venivano ammessi. Perosi, siccome cantavo nel modo di Moreschi, ebbe l’impressione che io fossi di quelle voci là, e allora mi mise a S.Salvatore in Lauro. Quella del Moreschi era una voce di soprano, di vero soprano, che si differenzia da tutte le altre in quanto voce naturale (cioè non “falsa”) che canta tutto di petto (pieno), poi quando va in acuto prende la voce di testa, e allora si sente il cambiamento della voce dal petto a quella della testa, è come se fosse un tenore che dal mi bemolle passa alla testa. La tecnica era quella dei cantanti dell’epoca d’oro.

Moreschi era stato a contatto dei grandi maestri di canto della sua epoca, un Mustafà, che è stato un grande cantante e maestro, o il Sebastianelli, nella Cappella Giulia e poi alla Sistina, che era un soprano acuto. Tra questi cantanti c’erano anche quelli che avevano l’”acutezza” del suono, potevano arrivare anche sino al do e oltre. Moreschi arrivava bene al si bemolle, ma era una voce grassa”.


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 29 Nov 2012 22:50 
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Lo peor que hay en la Villa
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Registrado: 25 Mar 2004 20:44
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Ubicación: En Aulide (¿O era en Taulide?)
Pues está quedando un hilo tremendamente interesante. Para hablar de un tipo de voz artificial, que pretende sustituir a otro tipo desaparecido que no sabemos cómo era, y que se aleja de una tradición que desconocemos en algún punto.

Somos raros, sí.

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FIRMEZA - UTILIDAD - BELLEZA


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 29 Nov 2012 23:05 
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¡Por el poder del cabello nasal!
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Registrado: 25 May 2009 5:52
Mensajes: 2559
Ubicación: Más pallá que pacá
Nivelazo. A ver como colabora este indocumentado sin escacharrarlo mucho. :|

Les llamamos contratenores y nos entendemos todos pero no tiene sentido el palabro si hablamos de solistas, Alfred Deller se equivocó ahí. Mejor tenor alto en mi opinión. El tenor era el tenere en la música polifónica. No era una cuerda sino simplemente el que sostenía la melodía y otras voces lo acompañaban uno o dos tonos por arriba -contra alto- o por abajo -contra bajo-. E igual que la dirección dual se ha mantenido hasta las big bands esto se sigue usando en cualquier grupo coral.

Offtopiqueo un poco como curiosidad solamente. Las comparsas gaditanas cantan, habitualmente, a cuatro voces siendo el octavilla el más agudo. Son las voces más caras, un octavilla bueno y con squillo vale su peso en oro y las agrupaciones (y las niñas, porque no decirlo :mrgreen: ) se los rifan.

Probablemente los mejores:

El Chupa - La Ventolera - 1994

El Catalán - Los Templarios - 1999

El Fali - Los Quijotes del Sur - 1996

Atienda maese Sutherliano que fijo le placen. :D

_________________
En los carteles van los importantes,
este carro solo lleva comediantes.


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 30 Nov 2012 0:38 
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Mensajes: 3884
Ubicación: Calle Mossén Femades
Zelenka escribió:
Desde luego que era la excepción, pero como hoy en día no nos vamos a poner a castrar niños. #-o

Pues a mí se me ocurren unos cuantos barítonos a los que se podía castrar a ver si hacen carrera...
Y de paso, liberan repertorio.

_________________
Mejor un mal Verdi que un buen Britten.


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 30 Nov 2012 0:48 
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Troll de largo recorrido
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Registrado: 11 Ago 2006 8:53
Mensajes: 14383
Ubicación: Jalisia
Le Gouverneur escribió:
Gino escribió:
Le está costando, pero va mojándose. Dejando la corrección política a un lado, si "el falsete puro y duro lo considero inservible para el canto y descarto su uso en Rubini como en cualquier contratenor que se precie.", ¿por qué el sonido de los contratenores no tiene la calidad - léase color y vibración - que por ejemplo se escuchaba en otros maestros del mixto como Gedda o Kozlovsky?


Son cosas muy diferentes. El uso que daban algunos tenores al mixto (insisto en que no me gusta la palabra) es muy diferente al que posiblemente utilizan los contratenores. Hay que tener en cuenta que una cosa es utilizar ese recurso en frases de tesitura del tenor que en la tesitura de los castrati.

El falsete es posicionar las cuerdas de manera que en su vibración y oscilación no friccionen al completo sino solo en la parte superior. Pero entre la voz plena y el falsete puro y duro hay infinitas posiciones. Y una cosa es lo que se necesita para dar una frase en tesitura de tenor ligeramente afalsetada, que si se hace correctamente puede tener mucha belleza aunque notemos ese efecto fisiológico y otra cosas es cantar en la tesitura de castratis o sopranos, donde irremediablemente el color tendrá que ser mucho más blanco.



Bueno, pues supongo que podemos descartar la coartada histórica que se estaba proponiendo por aquí para esta recuperación del falsete identificándolo con la emisión mixta y difamando a ésta por tanto.

Coartada que tiene su importancia, porque se emplea para adoctrinar a los oyentes cuya primera reacción es el lógico rechazo ante sonidos de poca calidad. Por lo que veo, algunos ilustres foreros ya han empezado a entrar en el redil :roll: :P

Para hacerme entrar a mí tendré que escuchar muchos de estos señores emitiendo un sonido terso, bien modulado, coloreado y con brillo.

_________________
Il barone fu ferito, però migliora


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 30 Nov 2012 1:13 
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Alfonso II escribió:


Hablando del falsetto y de las cuerdas vocales.

they are not making contact with one another.


Esto no es correcto según todos los foniatras, como se puede leer en este mismo topic en el escrito citado por Hizan de Franco Fussi que es una eminencia en estos asuntos.


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 Asunto: Re: Del historicismo, los contratenores y otros demonios
NotaPublicado: 30 Nov 2012 4:10 
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Mensajes: 737
delaforce escribió:
El hecho es que no sabemos a ciencia cierta, ni podremos saber nunca, como era el canto de Rubini, más allá de saber que, como el resto de contemporáneos, usaba el falsettone para emitir las notas altas.

Por supuesto, es perfectamente posible, incluso probable, que fuera algo similar a lo que, un siglo después, y por parte de tenores entrenados en otra escuela de canto, emitían Gigli o Rosvaenge. O tal vez nuestro amigo David Devriès, del que hace un tiempo opinábamos sobre su grabación de "La Dame Blanche".

También es posible que no sea exactamente así. A la espera de que podamos perfeccionar la máquina aquella que nos permitía extraer las voces del pasado de la madera de la Scala, es un debate imposible de zanjar.

Pero volviendo a hechos objetivos, la voz del señor Jaroussky, y de otros contratenores, se puede escuchar sin dificultad en teatros como el Real. Las de otros compañeros de profesión, con mucha más dificultad. Como ocurre en otras cuerdas, sin duda.

Ahora bien, ¿tan difícil es entender que el "sonido pleno, bello, compacto y de calidad", más allá de la proyección y los decibelios, es una opción estética?. Exactamente igual que la del "biancastro, feble, deshilachado, árido y abierto". O que, de la misma manera que es innegable que el el público empezó a exigir la voz plena y a no admitir ni el falsete ni sus derivados en el siglo XIX, el público (y los músicos) del siglo XXI no tiene porque compartir esos mismos criterios... La "evolución" de 1840, no implica que se parara el mundo, y no existan otras "evoluciones" en 2010. A veces me sorprende que no se comprenda un hecho tan sencillo, más allá de gustos personales. El público de 1840 desertó del falsettone. Al público de 2010 le gusta la emisión falsetística del contratenor.

Los contratenores en musica Barroca (y no dígamos en el repertorio contemporáneo escrito para ellos) no son un invento exótico y en las fronteras de la Opera. Son parte integrante del mainstream operístico del siglo XXI. Y lo seguirán siendo en el futuro previsible. Tal vez, hasta la siguiente "evolución".

En cuanto a la aproximación que ofrecen a un timbre inusual, que es perfectamente asimilable a las intenciones estílisticas con que se planteaban muchos papeles de castrati, y que les hace tan adecuados a esos papeles, me parece que es igualmente obvio. Aunque, efectivamente, el timbre final logrado podamos sospechar, aunque no demostrar, que es muy distinto del castrato real.

Como sugería el señor Gouverneur, para salir de dudas, y entre miles de niños dotados para el canto y con excelente formación musical, empecemos a practicar castraciones masivas y entonces, en unos cuantos años.... Perdón, que pierdo el Norte.


:aplauso: :aplauso: Excelente!!!! (Y para nada pierde el Norte, ojalá fuesen asi sus penúltimas lineas) :smoking:


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