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Despues de leer el articulo que nos proporciona el amigo Alidoro, os pongo aqui un articulo de Carla Moreni, una de los criticos musicales mas importantes y que mas cuentan en Italia.
Articulo del Sole-24 ore di domenica 22 maggio :
"Tempi neri per Otello".
Dà un brivido la cronologia di Otello, pubblicata in fondo al programma di sala della Scala: il significato della parola Storia, per un teatro, si legge qui. Prima esecuzione assoluta dell’opera, il 5 febbraio 1887. Carrellata di interpreti del calibro di Tamagno, Lauri Volpi, Vinay, Domingo (lui), Caniglia, Tebaldi, Freni (lei), Maurel, Stabile, Cappuccilli, Bruson (l’altro). Direttori: Faccio (il primo), Toscanini, De Sabata, Serafin, Marinuzzi, Votto, Kleiber. Fino alle ultime tre riprese di Muti, nel 2001 per l’apertura dell’anno scaligero e delle celebrazioni del centenario verdiano, nell’estate 2002 agli Arcimboldi, e nel settembre 2003 a Tokio, nella quinta tournée della Scala in Giappone.
Quella parte di pubblico – non molti a dire il vero, ma ben sonori – che a fine spettacolo e secondo tradizione all’ingresso prima del terz’atto, plaudiva con irrefrenabile entusiasmo il povero Oleg Caetani, recuperata bacchetta sostitutiva in questo tempo di bufere milanesi, dimostrava non solo scarsa attenzione verso la presente direzione dell’opera, ma pure irriverenza (voluta o no, chissà) nei confronti della grande tradizione degli Otello alla Scala. Qualcuno obietterà: quanta furia per un incoraggiamento un po’ più generoso del dovuto. Caetani sul podio di Muti (e per Otello, titolo già dall’esordio fiorentino riconosciuto come originalmente restituito a una tagliente drammaturgia verdiana) meritava per forza manica larga.
Rispondiamo che di manica larga era già stata la scelta di questo direttore per un viaggio tanto pericoloso. In altri tempi la feroce “buca” della Scala, giustamente selettiva e orgogliosa della propria Storia, non avrebbe accettato una guida tanto approssimativa e generica, estranea proprio a quella tensione coerente, tra podio e orchestra. Punto di forza, originalità della Scala, da Toscanini in avanti.
Non scherziamo. Il Teatro sta vivendo il momento forse più buio, dei tempi recenti. E’ giusto sperare nel futuro, investire energie per le prossime stagioni. Come sta facendo il nuovo sovrintendente Lissner e come ha fatto per quanto gli è stato permesso Mauro Meli, girando per il mondo alla ricerca di contatti e grandi artisti da portare a Milano. Ma se ci sgoliamo per i bravo bravo a Caetani, che svolazzava serafico danzando sugli orchestrali (mentre questi a testa bassa, accaniti, e fin troppo sonori, tenevano fede alla drammaturgia musicale appresa da Muti: nota su nota, come suonava mutiano il loro Otello), cosa faremo quando arriveranno i Boulez, i Barenboim, i Levine, i famosi cinque grandi direttore che Lissner ha detto alla Scala non devono mancare? Bisognerà strapparsi le vesti, assisteremo a malori e svenimenti in sala? Non fa onore alla tradizione del Loggione prender posizioni di pura partigianeria, distogliendo l’attenzione dal concreto di quel che accade in musica. Come nemmeno all’orchestra, negli ultimi concerti, non giova quello sbracciarsi verso i vari direttori ospiti. Questi ultimi ne sortivano palesemente sorpresi: baciati con tanta devozione da una compagine ancora vistosamente impregnata della lezione di diciannove stagioni di un altro?
Della terna protagonista di questo Otello agli Arcimboldi la migliore ci è parsa Daniela Dessì: colore luminoso, accenti alla Freni, superba tenuta espressiva del personaggio vinto di Desdemona. Clifton Forbis ha del tenore tutto lo squillo e una straordinaria potenza, senza cedimenti fino alla fine. Però canta sempre forte, è grezzo nella recitazione. Forse non ha molta idea del testo se nell’ultima frase a lei morta dice “fredda come la casta sua vita”: sua? Jago è Nucci, strisciante, simulatore, attore consumato, mostra un’identificazione totale nel ruolo dell’untuoso perfido, represso, avido. Il suo è uno Jago rivisitato rispetto alle note di Verdi, e con qualche verso del testo che sfugge. Ci scappa un tentativo di applauso zittito dopo il suo “Credo”, ma anche dopo l’”Ave Maria” di lei è un delirio. Peccato, così emozionante regna lì il silenzio. C’è una sorpresa nel cast, il tenore Francesco Meli, che restituisce un Cassio non solo di bella presenza ma anche di insolito peso vocale.
A Stéphan Lissner, nel primo dei lunghi intervalli di Otello abbiamo chiesto qual è il meglio e quale il peggio che ha trovato alla Scala. Per il meglio ha risposto in un fiato orchestra-coro-ballo-tecnici-maestranze. Tutta l’équipe del teatro, piena di entusiasmo, vitalità. Il peggio il fatto che mentre al Met si sta pensando alla stagione del 2009 e a Vienna si vendono i biglietti del prossimo anno mozartiano, i programmi della Scala sono terribilmente indietro: per l’anno 2005-06, parole testuali, la difficoltà principale sarà rimpiazzare un direttore del livello di Muti. Per gli anni dopo mettersi in corsa con un mondo dell’opera che è già agguerrito in avanti.
Comunque, dixit Lissner, niente Così fan tutte (Harding-Chéreau) di Aix-en-Provence alla Scala. E’ già prenotato tra Vienna e Parigi. E se non si troverà una proposta di alto livello, niente Mozart per il prossimo 7 dicembre. Il tutto si saprà con precisione a breve – e questo pragmatismo netto ben ci fa sperare, e conferma di un cartellone ‘05-06 dal predecessore quasi già fatto -, nella conferenza stampa, attesissima, del prossimo 19 luglio.
“Otello” di Giuseppe Verdi; direttore Oleg Caetani, regia di Graham Vick; Milano, Teatro degli Arcimboldi, fino al 8 giugno.
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